STORIE DI TIFO

di Barbara Bonora


Capita spesso, studiando per un nuovo spettacolo, o anche per caso, di incrociare storie o personaggi che si seguono per un po’ e poi è gioco forza abbandonare.  Conoscenze di qualche giorno che affondano nella memoria e ti lasciano una sensazione di incompiutezza.   <<Prima o poi dovrò riesumarle, farci qualcosa.>>  Pensieri fugaci, che fanno affiorare suggestioni, inghiottite quasi subito dalle acque torbide delle necessità del momento.   Rimane sospeso un “mi piacerebbe”, “sarebbe bello”… senza troppa convinzione.   Ho pensato che in questo spazio metterò alcuni di quei frammenti, in modo sparso, pescando a caso.


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Un paio di anni fa dopo una rappresentazione del nostro ‘The Haber_Himmerwahr File’ a Milano, al Liceo Vittorio Veneto, fui avvicinata da un ragazzo – Jordan si chiamava –  che mi chiese se ero in grado di fornirgli del materiale sul tifo.   La cosa all’inizio mi stupì, ma la sua richiesta nasceva dal fatto che nello spettacolo si parla di insetticidi e in particolare di acido cianidrico, che veniva utilizzato anche contro il vettore del tifo: il pidocchio del corpo (Pediculus humanus humanus).   Questo aspetto non lo avevo approfondito: l’acido cianidrico mi aveva interessato in quanto componente base dello Zyklon B, che nasce appunto come insetticida, e sapevo solo che durante la Prima Guerra Mondiale la lotta contro i parassiti era stata una faccenda seria, sia per proteggere le derrate alimentari che per combattere malattie debilitanti e mortali, non molto di più.

Tentai allora di colmare la lacuna, e così facendo incontrai Charles-Jules-Henry Nicolle.

Charles Jules Henri Nicolle

Charles, figlio di un medico, era nato a Rouen nel 1866.   Anche lui, come il padre e il fratello maggiore Maurice, fece studi di medicina.   Nel 1903 lasciò la Francia per andare a dirigere la succursale tunisina dell’Istituto Pasteur, e lì fece la sua scoperta. Leggiamo direttamente le sue parole:

«Sto per raccontarvi come arrivai al risultato per il quale ho ricevuto il premio Nobel.  

Cercherò di essere breve.

Non sembrava probabile che dovessi intraprendere una ricerca sul tifo.   Sono nato e ho studiato in Francia dove il tifo è scomparso fin dal 1814.   E’ vero che a Rouen mi capitò qualche caso importato nel 1889, ma non mi fece particolare impressione.

Fu quando giunsi in Tunisia che entrai davvero in contatto con questa malattia.   Dieci giorni dopo il mio arrivo, all’inizio di gennaio del 1903, vidi alcuni casi tra i nativi che vivevano in un sobborgo di Tunisi.    Ogni inverno, in quel periodo dell’anno, la malattia cominciava a presentarsi nelle zone rurali della Tunisia.   Da quei luoghi remoti si diffondeva nei dormitori pubblici, nelle prigioni e nelle periferie delle città.   I quartieri dei nativi a Tunisi e le prigioni erano colpiti regolarmente.   L’epidemia recedeva a giugno; tornava nei focolai dei remoti distretti del paese e non se ne sentiva più parlare fino alla fine dell’anno.

Tra tutti i problemi di cui dovevo occuparmi a livello professionale, il tifo era il più urgente e il meno studiato.   Non sapevamo nulla sul modo in cui si diffondeva.   Il campo dello studio sperimentale era terreno vergine.   Non eravamo nemmeno in grado di stabilire, a partire dai risultati di esperimenti discutibili, se fosse possibile trasmettere la malattia da un uomo all’altro attraverso il sangue.

A giugno 1903 ero determinato a condurre uno studio preliminare.   In quel momento un’epidemia di tifo stava imperversando in una prigione di nativi, a 80 km da Tunisi, a Djouggar.   Chiesi al medico responsabile della struttura di accompagnarlo durante le sue visite settimanali.   Prendemmo un appuntamento.   La sera prima dell’incontro ebbi un’emottisi.   Se non fosse stato per questo incidente, il mio primo contatto col tifo sarebbe stato indubbiamente anche l’ultimo.   Il mio collega, Motheau, e il suo domestico andarono a Djouggar; passarono la notte lì, contrassero il tifo ed entrambi morirono.

Molti medici nell’amministrazione tunisina, specialmente quelli dei distretti rurali, contrassero il tifo e circa un terzo di loro morì per questa causa.  Il motivo per cui fui abbastanza fortunato da sfuggire al contagio, a dispetto del frequente, talvolta quotidiano contatto con la malattia, è perché capii subito come si diffondeva.

Tunisi era piena di persone che avevano contratto la malattia; l’ospedale era pieno e il numero dei pazienti cresceva ogni giorno.   Non solo tutti i letti erano occupati e le sale d’attesa stracolme, ma gli ammalati aspettavano di fronte all’ospedale, sulla strada, di essere ricoverati.  Fu allora che feci l’osservazione cruciale, un particolare fenomeno, del quale nessuno capiva il significato e che attirò la mia attenzione.   A quel tempo i pazienti ammalati di tifo venivano messi in reparti aperti.  Prima di oltrepassare la porta dei reparti erano contagiosi.   Trasmettevano la malattia ai familiari che si occupavano di loro, e i dottori che li visitavano venivano spesso infettati.   Lo staff amministrativo che ammetteva i pazienti, il personale che si occupava dei loro abiti e biancheria veniva spesso contaminato.   Nonostante ciò, una volta ricoverato nel reparto generale, l’ammalato di tifo non contaminava più alcun altro paziente, o infermiera o dottore.

Utilizzai questa osservazione come una guida.   Mi chiesi cosa accadesse tra l’ammissione in ospedale e il ricovero nei reparti.   Questo è ciò che avveniva: il paziente infettato dal tifo era spogliato completamente, rasato e lavato.   L’agente contagioso era quindi qualcosa collegato alla sua pelle e abbigliamento, qualcosa che il sapone e l’acqua potevano rimuovere.   Potevano essere solo i pidocchi.   Erano i pidocchi.

Manifesto URSS del 1919 per una campagna di sensibilizzazione contro i pidocchi portatori del tifo

Ancora un manifesto sovietico per una campagna di profilassi contro la pediculosi

Anche se non fosse stato possibile riprodurre la malattia negli animali e di conseguenza verificare l’ipotesi, questa semplice osservazione sarebbe stata sufficiente a dimostrare il modo nel quale il tifo si diffondeva.  Fortunatamente, si riuscirono poi a dare anche le prove sperimentali.»

La ‘semplice osservazione’ riuscì a risolvere il mistero della trasmissione di una malattia pericolosa, che decimava le persone durante le guerre, le carestie, le alluvioni.   Malattia delle disgrazie e della povertà.   Senza una profilassi adeguata, disse Nicolle a proposito della prima guerra mondiale: «I soldati al fronte, le riserve, i prigionieri, i civili, perfino gli abitanti dei paesi neutrali, l’intera umanità sarebbe collassata.   Gli uomini sarebbero morti a milioni, come sfortunatamente accadde in Russia».

Esagerava ?   Non proprio; basti dire che ad un solo anno dallo scoppio della guerra, in Serbia il tifo aveva già mietuto 150.000 vittime.  Al culmine dell’epidemia il tasso di mortalità raggiunse il 60-70 %.   In Russia, contando gli ultimi due anni di guerra e lo scoppio della rivoluzione i decessi per tifo  furono due milioni e mezzo, per poi raddoppiare tra il 1918 e il 1922.   

Perché il morso del pidocchio infetto è solo la causa indiretta, il vero vettore della malattia sono le sue feci, un pulviscolo scuro nel quale albergano milioni di microbi vivi: un semplice contatto con la pelle abrasa, ad esempio grattandosi, o con la mucosa degli occhi, oppure l’inalazione e ci si può ammalare.

Howard Taylor Ricketts

Stanislaus von Prowazek

Il tifo epidemico, o esantemico, è provocato da un microorganismo parassita intracellulare obbligato, e fino all’avvento del microscopio elettronico non si sapeva se fosse un batterio o un virus oppure una via di mezzo tra i due.   Si chiama “Rickettsia prowazekii” ed è un batterio gram negativo molto piccolo.   Il suo nome deriva da quello di due sue vittime illustri: lo scopritore della specie, Howard Taylor Ricketts e Stanislaus von Prowazek, entrambi ‘morti sul campo’, come si suol dire.

La sua somiglianza coi virus spinse alla ricerca di un vaccino e durante gli anni ‘30, in Polonia, il Dr. Rudolf Weigel, seguendo le intuizioni di Nicolle, tentò di svilupparne uno.   Si trattava di mantenere il batterio in laboratorio, e questo fu possibile solo tramite l’allevamento dei pidocchi che poi venivano infettati.   Dopo cinque giorni dal contagio i pidocchi malati venivano messi in vasi con fenolo, quindi passati a dei dissettori col compito di prelevarne l’intestino.   Era questo il materiale di partenza col quale produrre la soluzione che sarebbe servita allo scopo finale.

La storia del dottor Weigel e del suo vaccino si intreccia anche con quella dell’invasione nazista in Polonia; c’è un libro, che mi ero ripromessa di leggere (senza ancora averlo fatto) che la racconta: Arthur Allen “Il fantastico laboratorio del dottor Weigel”, edito da Bollati Boringhieri nel 2015.

E anche un film, nemmeno questo ho ancora visto, di Andrzej Zulawski: “La terza parte della notte” del 1971.   Il protagonista, per vivere, dona il proprio sangue per alimentare i pidocchi necessari allo sviluppo del vaccino.   Questo particolare è autobiografico: il padre di Żuławski, per mantenere la famiglia durante l’occupazione nazista, si ‘arruolò’ tra coloro che nutrivano col proprio sangue i pidocchi dell’istituto di Weigel a Leopoli, i ‘karmiciele’.

Procedura per il vaccino di Weigel contro il tifo. Qui vediamo come venivano applicate le scatole per nutrire i pidocchi

A queste persone venivano applicate sulla pelle speciali scatole con una parete di tessuto.

Procedura per il vaccino di Weigel contro il tifo. Ecco la parte inferiore telata di una scatola per allevare i pidocchi e che veniva applicata alla gamba del donatore

Si trattava di una tela utilizzata in origine come setaccio per le farine; dall’interno della scatola gli insetti, attraverso la trama della stoffa, potevano succhiare il sangue dei loro ospiti.

I ‘karmiciele’ di Weigel… erano per la gran parte intellettuali, ebrei, membri della resistenza…    Tra di loro si può annoverare il grande matematico Stefan Banach, o il saggista, poeta e drammaturgo Zbigniew Herbert; davvero un modo strano per sfuggire ai nazisti…   salvati da un altro flagello: il tifo.

Nuove strade da percorrere, nuove figure da incontrare.

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Procedura per il vaccino di Weigel contro il tifo. Ecco come si presentava il corpo di una donatrice di sangue dopo l’applicazione delle scatole per allevare i pidocchi. I segni delle punture degli animali sono evidenti

 

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