IL RITORNO DEL ‘FIELD RECORDING’ ?

 In Aquila Signorina

di Gabriele Argazzi


La copertina del doppio ep ‘Hipnotik Tradisi’ di Black Merlin (Island of Gods – 2016)

Da qualche tempo seguo un trentenne musicista inglese, George Thompson aka Black Merlin

Musicalmente parecchio legato alla synth music (quella dei Moroder e dei Vangelis …), le sue produzioni di elettronica pura sono dure, incalzanti e ‘oscure’, in ossequio all’alias che si è scelto.  E dato che la musica di Black Merlin si suona con successo nei party di musica industriale, non stupisce che Thompson abbia pubblicato e pubblichi soprattutto singoli.  Era logico tuttavia, che, dopo l’ingresso del suo ‘Trans-80’ nelle playlist dei migliori dj del pianeta, Black Merlin dovesse misurarsi con il formato ‘lungo’ .
E’ una prova, questa, che nell’ambito della dance comunque declinata si traduce sovente in amorfe compilation.  Piene, nei casi peggiori, di quelli che gli anglofoni chiamano ‘fillers’, cioè ‘riempitivi’, pezzi che servono a gonfiare il minutaggio e strappare una decina di euro in più ai maniaci come me !  Consapevole di questo rischio, Thompson è arrivato alla sua maniera all’appuntamento col primo LP; in pratica raccogliendo una sfida lanciatagli dal produttore Dan Mitchell.   ‘Hipnotik Tradisi’ (2016), è stato infatti costruito manipolando in studio registrazioni effettuate ‘sul campo’ durante un soggiorno di un mese a Bali, in Indonesia.
Come George confessa nell’intervista rilasciata a testpressing.org (http://testpressing.org/feature/interview-black-merlin/), l’attività di ‘field recording’ ha in qualche modo sovvertito la sua prassi creativa: «I would have never thought that my debut album would have been about a region in Indonesia. The project sounded like a good challenge for me. I had to really rethink my approach to producing for this project and how I was going to incorporate the field recordings into my own production style».
 
Colpito dall’ottimo risultato – ‘Hipnotik Tradisi’ è (parere personale, si intende …) tutto su livelli altissimi e qui sotto potete ascoltarne dei clip
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mi sono chiesto se questo episodio non testimoniasse in qualche modo il recupero attuale di una rinnovata sensibilità nei confronti del suono come fenomeno materiale.

Sentivo di poter essere ancora sotto l’effetto dell’ascolto di ‘Circle of Light’ di Delia Derbyshire (pioniera dell’elettronica, oltre che leggendaria autrice del tema della serie TV della BBC ‘Doctor Who’…), colonna sonora di un film del ’72 di Anthony Roland stampata su vinile a distanza di più di quarant’anni,
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ma anche scontando tale infatuazione, non ho potuto fare a meno di notare come solo a surfare in siti come Bandcamp (ad esempio potete ascoltare https://t-toe.bandcamp.com/album/field-recordings-from-myanmar) saltino fuori decine di artisti a me sconosciuti che sperimentano in questa direzione, uscendo dallo studio per incontrare il dato sonoro concreto che il mondo propone.  Magari in paesi differenti dal proprio per clima e abitudini.

George Thompson/Black Merlin a Bali nel 2014

Anche quando si tratta di catturare con il microfono la performance di strumentisti locali in qualche sperduto angolo del mondo, il loro intento poetico resta però lontano dalle nostalgie di autenticità sonora racchiuse nell’idea di ‘world music’Black Merlin lo dice in modo chiaro in un altro brano dell’intervista sopracitata: «… it was great to see new cultures and ways of people’s lives there, but at the moment I`d have to really travel far and somewhere out of the box to get that shock to the system». 

Lontana è la world music, ma ugualmente distante è l’approccio antropologico a certe manifestazioni popolari del linguaggio musicale, intese come espressioni ‘anonime’ (cioè non autorali …) di una certa cultura: l’obiettivo del viaggio è sempre ottenere lo ‘shock to the system’, spaesarsi, strapparsi alla quotidianità – anche compositiva – e trovare nuova energia.
In tempi di pragmatismo e sincretismo è un atteggiamento che non può stupire.
Un musicista contemporaneo – specie se non deve, come faceva Delia Derbyshire negli anni ’50, sudare sette camicie per tagliare e incollare nastri magnetici su pesanti apparecchiature analogiche, ma gli bastano le funzioni di editing del suo Pc o Mac – manipola forme, campionamenti e sinth ‘virtuali’.  Un ‘nerd’ sperduto nel suo (operating) system.  E anche se fosse preso da un improvviso fuoco etnologico, quale potrebbe essere l’oggetto del suo documentare in un mondo globalizzato ?  Quale pratica musicale – e dove, supposto di trovarla non già digerita dalle mode e dall’industria musicale più o meno mainstream  – varrebbe la pena di essere registrata e conservata come patrimonio collettivo e testimonianza di un costume o di un mondo ?
Eppure se sui grandi scaffali virtuali dei negozi online come la britannica Juno Records si trova in vendita, appena pubblicato, ‘Root Hog Or Die‘, un box in edizione limitata con le polverose ‘field recordings’ effettuate da Alan Lomax nel Mississippi degli anni ’40, forse questo è l’ennesimo segnale di come persista una mitologia sotterranea non effimera per l’incontro con ciò che può emergere inatteso da un paesaggio – in questo caso sonoro – che sembra piatto e ostile.  Unita ai concetti di ‘rivelazione’ e di ‘stupore’, come esperienze fondanti che fanno sprofondare non tanto il musicista, quanto la persona, negli echi di una verità umana che in quel suono, in quella voce udita in un momento unico, si manifesta.
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