ALBERI DELLA MIA VITA

 In Aquila Signorina

di Barbara Bonora


Nella prima casa in cui abitai ricordo un marasco.   La casa aveva una porta laterale che si apriva sulla cucina, un ambiente non particolarmente grande; all’esterno c’era un marciapiede e una striscia di terra: un cespuglio di fiori dell’angelo o filadelfo, due chaenomeles japonica o fior di pesco.  E il marasco.   Svoltato l’angolo, frontalmente, c’era  il giardino vero e proprio, con tanti tulipani in primavera.  Sapevo benissimo che non profumavano, ma li passavo in rassegna tutte le mattine, annusandoli uno per uno.  Qualche legnoso cespuglio di rose, al quale rimanevo regolarmente impigliata, con mio grande spavento; verso le rose ho mantenuto una certa diffidenza, anche estetica, forse proprio a causa di quelle spine che catturavano i  miei abiti e mi costringevano a chiedere aiuto per essere liberata.   Al centro un  salice piangente e in fondo, vicino al muretto e alla strada, le meravigliose peonie di un bordeaux intenso, morbide, accoglienti; ne mangiavo i petali vellutati di nascosto.   Ma la striscia di terra sulla quale si affacciava la cucina aveva un suo fascino particolare.   Era tutta bordata da bergenia cordifolia dalle ampie foglie verde scuro e gruppi di fiorellini rosa il cui profumo, tenuissimo e fresco, identificavo con la rugiada, poi i cespugli… ah dimenticavo, ce n’era anche uno di kerria japonica, coi suoi irsuti fiori dorati, e quindi il marasco, prunus cerasus.   Credo che mia madre, oppure mia nonna, ne mettesse sotto spirito i frutti.   Le marasche sono aspre, non amabili come le ciliegie.   Non le mangiavo.   Ma l’albero era interessante, la corteccia con strisce orizzontali, bruno argentea, i fiori bianchi.   Non so perché, ma è l’unico albero di cui conservo un ricordo vivido di quel giardino. 

Poi la casa fu lasciata per passare ad un’altra…    cliché anni ’70: acero giapponese, pino mugo, pungitopo, ginepro strisciante… fronte strada.   Sul retro inizialmente erbacce, poi un susseguirsi di alberi di vario genere…   Ricordo solo gli abeti di natale, tristi e neri accanto al pozzo, … perché a natale l’abete doveva essere un albero completo di radici che, se sopravviveva al termosifone, veniva piantato in giardino.   L’abete, in pianura, è mortalmente brutto, e per fortuna, le calure estive sono state fatali: ora al loro posto vi sono alcuni alberi di fico.    Io però mi affezionai a due piante clandestine, nate spontaneamente nella pericolosa terra di confine tra proprietà e proprietà,  cosa che ne decretò la prematura dipartita: un pioppo e una rosa canina.   Il pioppo era della specie cipressina, coi rami adesi al tronco e rivolti al cielo, riuscì a crescere alcuni metri, poi fu immolato sull’altare del buon vicinato.   La rosa canina si arrampicava sulla rete a maglie verdi della recinzione, vicino ad un cumolo di sabbia che era servito a tirar su qualche muro in quella casa che continuava ad espandersi, luogo di vita, di lavoro e di parenti.   In autunno, con i tipici cinorrodonti rossi a grappolini era davvero bella.   Un luogo speciale, un po’ magico ai miei occhi di bimba, dove portare cose preziose come i girini catturati e messi in una vaschetta, con la certezza che lì nessuno avrebbe fatto loro del male.   Fu estirpata, non ricordo in quale occasione.   

Il legame con le piante ha assunto declinazioni diverse man mano che crescevo.   La pubertà e l’inizio dell’adolescenza furono contraddistinte dalla presenza iconica del salice capitozzato.   Nano deforme ai bordi di canali e fossi, lo disegnavo in modo ossessivo, solo a matita, tra brume e nebbia.   Quasi senza corpo, una testa ipertrofica, bitorzoluta, dalla quale partono vinchi nervosi, gialli, acuminati.   Una   testa di medusa vegetale.   A distanza di tanti anni forse intuisco il perché di una tale proiezione…   Albero costretto, amputato in modo sapiente e pericoloso, tanto da rischiare di causarne la morte, più in basso della prima ramificazione, e tutte le volte che rigetta la mano taglia con perizia fino a forgiare una grossa testa arrotondata.   Salice da vimini.

Altri alberi che amo sono i platani.  Da vecchi diventano imponenti, con la pelle pallida, liscia,  e le grandi scaglie grigiastre che si staccano variegandone il tronco.   Nel paese in cui abito in passato è stato usato come alberatura stradale e c’era un vicolo, vicino a scuola, che in autunno si riempiva letteralmente di foglie: marroni,  rosse, ruggine, gialle, verdi, un arcobaleno frusciante tra il quale camminare e correre, cercando le più belle, le sfumature più attraenti.   Mazzetti di foglie dall’intenso odore amaro, che abbandonavo poco dopo per passare oltre.  

Attorno alla maggiore età il ricordo arboreo si concentra tutto nell’olfatto.   Uno degli odori più struggenti e carichi di aspettative è quello dei fiori di tiglio, la sera, dopo il tramonto, tra maggio e giugno.   E’ un odore che prelude ai languori estivi, che si associa a temperature gradevoli, brezze, e ai sogni ad occhi aperti.

Alberi solitari, circondati da distese di campi arati, di solito vecchie  farnie sopravvissute alla scomparsa delle siepi, boschetti arginali, anche un luogo che ora non esiste più, un vivaio abbandonato, suggestivo, silenzioso, con le varie essenze in filari, ormai tanto cresciute da creare una sorta di labirinto.   Di tanto in tanto andavo, lasciavo la macchina  e mi addentravo sul terreno molle di humus.   Poi mi capitò di passare che ruspe e altre macchine stavano strappando tutto.   Il luogo è davvero remoto, quasi senza case, il motivo di quello scempio mi è ignoto.   Non sono più tornata per sapere che ci hanno fatto.

Concludo questi miei ricordi vegetali alla rinfusa, con la maclura.   Della maclura ho ignorato l’esistenza fino ad oltre i vent’anni, non so se per distrazione o per non essere mai capitata in sua presenza.   Crea macchie particolarmente intricate, anche se la si può trovare come alberello singolo, e misteriose.   Forse misterioso non è il termine giusto, perché c’è qualcosa di sinistro in quell’ammasso di rami.   Talvolta, percorrendo uno sterrato di campagna, mi è capitato  di imbattermi in uno di questi fitti muri di maclure, irte di spine e coi grossi frutti tra la mela e l’arancio, gialloverdi, legnosi, dalla buccia corrugata.   È un alberello dal portamento tormentato, non è autoctono, l’origine è il Nord America e in apparenza non sembra servire a nulla.   Intendiamoci, considerata la sua collocazione, in campagna, e il numero, perché avrebbero dovuto piantarla?   Mi sono informata.   La nostra era terra di bachi e di gelsi.   A metà dell’ottocento il gelso bianco fu colpito da una malattia alle radici e la maclura venne introdotta per sostituirlo come alimento per i bachi, con scarso successo.   Ora restano a testimonianza di un passato che sembra remotissimo, barricate nel loro viluppo, forse nel vano tentativo di resistere a ruspe e seghe sempre in agguato.

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